Manipolazione di massa (Tecniche)

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Di Avram Noam Chomsky tutto si può dire tranne che sia un complottista da quattro soldi. Teorico della comunicazione, linguista, filosofo, professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology, nonché fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo.

Uno così non poteva non accorgersi della strumentalizzazione totale dei mezzi di informazione americani. Ma soprattutto, uno così non poteva tacere, adeguarsi al sistema. E così Chomsky ha denunciato senza mezzi termini la manipolazione costante della comunicazione mediatica. La televisione, la stampa e la radio potrebbero favorire la comprensione reciproca, potrebbero facilmente unire anziché dividere, creare accordo in luogo del disaccordo, fare in modo che ci si possa finalmente e semplicemente capire. Ma non lo fanno, riducendosi a mero strumento di dominio e distorsione culturale per favorire interessi che sono molto poco collettivi e troppo spesso individuali.

Eppure, siamo così abituati all’asservimento intellettuale che pensare ad una televisione che informa senza deformare, che mostra anzichè dimostrare, che non fa valutazioni di opportunità politica, di convenienza strategica, di fazioso utilitarismo ci sembra ormai irrealistico e viene cinicamente liquidato come utopico.

Ma utopico è un asino che vola, non una dialettica onesta, che ragiona per argomentazioni coerenti, senza secondi fini, senza barriere ideologiche, senza forzature corporativiste.

Avere una comunicazione trasparente e non strumentale, guardare un telegiornale che dia le notizie senza interpretarle, assistere ad un dibattito vero, incentrato su temi di reale interesse pubblico, vedere uno show che sia pensato per cittadini del terzo millennio, e non per svagare le scimmie nelle gabbie di uno zoo non è utopico: è sacrosanto, è fattibile, è assolutamente normale.

Quando la normalità viene trasformata nel lusso, la regola nell’eccezione, il possibile nell’impossibile, a lungo andare si finisce per credere di essere inadeguati: “se credo in qualcosa che tutti sembrano giudicare irrealizzabile, allora devo essere sbagliato io”. Ma non è così.

In realtà sono in tanti a pensarla esattamente come noi, ma abbiamo perso la capacità di comunicare, di condividere opinioni se non attraverso i mass-media. In altre parole: siamo intimamente portati a fidarci solo della finzione che appare nel teatrino televisivo.

Abbiamo più considerazione della gestualità della marionetta che non delle manovre del burattinaio. Crediamo ormai solo nella rappresentazione e diffidiamo del mondo reale. Ulisse si legò al palo della sua nave, resistette al richiamo delle sirene e ne ebbe in cambio la vita.

Noi al canto delle sirene non abbiamo opposto alcuna resistenza: suoni melodiosi, immagini ipnotiche e narrazioni coinvolgenti ci hanno radunati per quasi un secolo nella caverna di Platone, dietro a megaschermi che somministrano pillole di vita artificiale che non è la nostra, né mai potrà esserlo. Questo è il colossale, madornale, irrisolto equivoco: i media propagandano le idee e le necessità di pochi, contrabbandandole per quelle dei molti, costruendo una vita immaginaria su misura, più invitante di quella reale, appositamente resa così difficile e così poco attraente che rifuggirla è una comprensibile debolezza umana.

Lattine di metallo nelle quali trascorrere ore, giorni, mesi, incolonnati e indottrinati da una voce che il loudness rende più autorevole di quella di un reale compagno di viaggio, relegato viceversa al ruolo di fastidioso occupante di una scatoletta adiacente alla nostra; cubi di cemento dove bivaccare nelle sonnolenti, apatiche e solitarie serate passate in compagnia della grande famiglia televisiva, mentre tua moglie nell’altra stanza frequenta un altro giro di amici, inesistenti anch’essi, illusoriamente proiettati sulla frequenza successiva, e mentre i tuoi bambini guardano pesci parlanti e macchine che si guidano da sole dentro un mini-schermo da 7 pollici che ti esonera dalla fatica di inventarti una fiaba della buonanotte.

Qualcuno ha già pensato anche a quello, l’ha fatto per te, per rendere la tua vita migliore, mentre la tua esistenza si compie in uno spazio sempre più ristretto, dove un tempo ti saresti aggirato come un leone in gabbia, imprigionato in pochi metri quadrati acquistati in cambio di un ipoteca sulla vita.

Ma a che servono spazi aperti e grandi praterie, quando il mondo è tutto lì, dietro allo schermo di un televisore al plasma che ti separa da ogni tuo desiderio? Così, privati di un’identità, della bellezza, della fisicità sensoriale di un mondo nel quale vivere, della possibilità di inebriarsi con le alchimie di suoni, colori e profumi riservate ai pochi azionisti di riferimento della realtà, agli esclusivisti della natura, ai proprietari delle coste e delle spiagge, ai sovrani delle terre emerse, ai signori dell’acqua piovana, ai dispensatori di aiuole e giardinetti pubblici per portarci a spasso il cane, ai gendarmi dei confini disegnati e poi resi invalicabili, agli arbitri della nostra conformità morale al sistema sociale di cui siamo titolari senza potere di firma, così… noi non riconosciamo più noi stessi, perdiamo fiducia e ogni contatto con i sensi, ci alieniamo volontariamente da una vita che appare meno gradevole di quella inventata appositamente per noi, ci isoliamo e torniamo a suggere dal capezzolo materno, questa volta non latte ma illusioni cui siamo disposti a credere, purché ci venga risparmiata la consapevolezza di essere ortaggi in una coltivazione disseminata di letame, chimico anch’esso.

Nel tentativo di strappare la maschera gioiosa del mostro tentacolare che ci ruba l’anima, Chomsky ha individuato i dieci comandamenti della struttura Delta che droga le menti, ammaliandole, confondendo in loro ogni percezione, rimescolando realtà e fantasia, evidenza e costruzione illusoria, inducendo le messi umane ad ondeggiare come campi di grano al vento, a volgersi ordinatamente nella direzione in cui un grande polmone meccanico soffia, incessantemente, senza posa.

Poi, ogni tanto, ci pisciano sopra roteando l’arnese. Ecco come si formano i controversi e tanto famigerati cerchi nel grano.

Fonte:

Claudio Messora: http://www.byoblu.com

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